THE DIPLOMAT: Tattiche sempre più aggressive da parte della Cina per le sue campagne di disinformazione all’estero
Articolo pubblicato il 18 settembre 2023 da Sarah Cook, ricercatrice indipendente che fino al 2023 ha ricoperto il ruolo di Direttrice di Ricerca su Cina, Hong Kong e Taiwan presso Freedom House.
Recenti indagini mostrano una maggiore sofisticazione e volontà di infiltrarsi nella politica interna dei Paesi considerati come obiettivo.
Il 29 agosto Meta ha comunicato di aver recentemente eliminato migliaia di account e pagine Facebook che “facevano parte della più grande operazione segreta multipiattaforma conosciuta al mondo”, gestita da “operatori geograficamente dispersi in tutta la Cina”. L’annuncio, e la sua analisi dettagliata, hanno fatto notizia in tutto il mondo. Hanno attirato l’attenzione sul tipo di informazioni che spesso interessano soprattutto le aziende di cybersicurezza e gli esperti di politica digitale.
Ma queste rivelazioni sono solo la punta dell’iceberg quando si tratta della campagna di Pechino per alimentare la disinformazione. Sono contenuti palesemente falsi o fuorvianti, trasmessi attraverso l’uso di account falsi, destinati agli utenti dei social media di tutto il mondo.
Un’analisi di numerose indagini forensi, rapporti di think tank, rapporti sulla trasparenza delle piattaforme e copertura mediatica pubblicati dal giugno 2023 indica una tendenza sconcertante, anche se non sorprendente. Ci sono agenti collegati con Pechino continuamente impegnati in operazioni segrete di disinformazione o di influenza online. E stanno sperimentando tattiche più sofisticate, più difficili da individuare e potenzialmente più efficaci rispetto agli anni precedenti, affrontando anche questioni che toccano il cuore del dibattito pubblico nelle democrazie.
Questa realtà riafferma i risultati del rapporto di Freedom House “Beijing’s Global Media Influence”, pubblicato nel 2022. Dimostra infatti che le democrazie occidentali devono investire maggiori risorse nell’individuare e mitigare gli sforzi di disinformazione del regime cinese.
Nello sviluppare una risposta adeguata, i responsabili politici, le principali aziende tecnologiche, i ricercatori della società civile e gli utenti comuni dovrebbero tenere a mente i seguenti elementi, presenti nelle ultime pratiche di disinformazione di Pechino.
Espansione a nuove piattaforme e pubblico
Le prime campagne di disinformazione globale documentate sostenute da Pechino risalgono al 2017. Si rivolgevano tipicamente a persone di lingua inglese e cinese su grandi piattaforme come Twitter (ora X), Facebook e YouTube. Ma recenti rapporti mostrano che gli sforzi di manipolazione del regime del Partito Comunista Cinese (PCC) si stanno diffondendo su molte più piattaforme, lingue e target geografici.
La rete identificata nella rimozione di Meta — una rete precedentemente esposta e contrastata nota come Spamouflage — si è estesa oltre Facebook e Instagram. Sono stati trovati collegamenti a circa 50 piattaforme, tra le quali TikTok, Reddit, Pinterest e Medium, oltre a forum online locali in Asia e Africa. Meta ha suggerito che il passaggio a piattaforme più piccole potrebbe essere stata una risposta deliberata all’aumento del monitoraggio, del rilevamento e della rimozione da parte delle aziende più grandi.
Un rapporto separato pubblicato da Microsoft il 7 settembre 2023 ha scoperto una serie di attività che vanno da account falsi a un corpo di influencer cinesi legati allo Stato e mascherati da commentatori indipendenti. Microsoft ha contato almeno 230 dipendenti dei media statali su diverse piattaforme, con account che hanno raggiunto 103 milioni di persone utilizzando 40 lingue diverse. Il rapporto descrive l’espansione a nuove lingue — come l’indonesiano, il croato e il turco — e a nuove piattaforme tra cui Vimeo, Tumblr e Quora da parte di influencer umani e account automatizzati nel corso dell’ultimo anno.
Tattiche sempre più sofisticate per aumentare l’engagement sui social media ed evitare di essere scoperti
Alcune operazioni condotte dal PCC come quella esposta da Meta, sembra abbiano faticato a ottenere un coinvolgimento genuino da parte degli utenti dei social media. Tuttavia altre iniziative hanno ottenuto un maggiore successo. Un rapporto di Microsoft ha rilevato un uso emergente di immagini create con strumenti di intelligenza artificiale generativa (AI) e condivise come meme da account che imitano gli elettori statunitensi. Tali immagini, nonostante i riconoscibili difetti dell’intelligenza artificiale, avrebbero ottenuto un’ulteriore diffusione da parte di utenti reali. Secondo il rapporto, infatti, i video e le immagini sono una caratteristica ricorrente dei contenuti condivisi.
Altre tattiche efficaci includono lo sfruttamento di hashtag popolari legati all’attualità, come è accaduto nelle campagne su questioni politiche australiane, o la programmazione di account falsi per pubblicare commenti in prima persona.
Un’altra tattica utilizza immagini non attribuite, così da evitare di essere collegati ai media di Stato cinesi. Un’indagine condotta dalla società di cybersicurezza Nisos ha scoperto che una rete di account in spagnolo e portoghese, che non erano stati etichettati come media di Stato cinesi secondo la precedente politica di Twitter, hanno pubblicato screenshot di articoli o immagini o video del China News Service senza attribuzione. In un altro caso, l’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) ha scoperto che le reti di disinformazione sostenute da Pechino stavano rimpolpando i loro ranghi dopo la rimozione degli account. Acquistavano account falsi da organizzazioni criminali transnazionali del sud-est asiatico e li usavano per pubblicare contenuti falsi o divisivi.
Schemi elaborati per riciclare contenuti e narrazioni
Tra le scoperte più sorprendenti della recente serie di indagini vi sono i vari modi in cui entità o account proxy su più piattaforme vengono utilizzati per “riciclare” i contenuti, aumentandone la credibilità e offuscandone la sua origine, al punto che persino alcune persone coinvolte nella loro produzione ne sono ignare.
Un esempio svelato nell’indagine Meta riguardava un “rapporto di ricerca” di 66 pagine, pieno di errori, che sosteneva che il governo degli Stati Uniti stesse nascondendo l’origine del COVID-19. Il documento è stato pubblicato su Zenodo.org. Poi è stato promosso da account falsi attraverso due video distinti su YouTube e Vimeo; un articolo basato su questi articoli è stato poi pubblicato su LiveJournal, Medium e Tumblr, e infine gli account su Facebook, X, Reddit e altre piattaforme hanno amplificato questi link.
In un’altra serie di incidenti degni di nota, rivelati dalla società di cybersicurezza Mandiant nel luglio 2023, una società cinese di pubbliche relazioni, nota per i suoi legami con il governo, si è appoggiata a siti web di reclutamento per liberi professionisti e a servizi di newswire negli Stati Uniti. Questo ha permesso di arruolare americani inconsapevoli per creare contenuti che si allineassero con la narrativa del PCC o criticassero le politiche statunitensi. L’azienda pubblicava il materiale risultante su domini di siti web di notizie legittime attraverso i servizi di newswire.
In un caso avvenuto nella metà del 2022, la società di pubbliche relazioni ha reclutato un musicista e un attore per organizzare delle proteste a Washington. Le immagini poi sono state diffuse come parte di una campagna per screditare il Vertice internazionale sulla libertà religiosa di quell’anno, e gli sforzi dei legislatori statunitensi per vietare l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato degli uiguri.
Diffamazione per screditare le notizie vere e attaccare le società democratiche.
Sembra che queste campagne di disinformazione abbiano aggiunto vigore alla strategia del PCC, che va ben oltre i semplici messaggi a suo favore, per cercare di amplificare i conflitti su questioni politiche e sociali importanti, o a danneggiare la reputazione di attivisti, giornalisti, politici e governi democratici.
La rete attiva sulle piattaforme Meta ha cercato di attaccare o screditare giornalisti negli Stati Uniti (come Jiayang Fan), commentatori politici e dissidenti (come Chen Pokong) e occasionalmente funzionari eletti (tra cui il rappresentante repubblicano Jim Banks e la rappresentante democratica Nancy Pelosi). In un episodio di maggio 2024, reso noto in agosto 2024 dal governo canadese, una rete sulla piattaforma WeChat ha intrapreso una campagna coordinata per diffamare la reputazione del deputato Michael Chong, il cui padre è originario di Hong Kong. L’uomo ha criticato apertamente la crescente repressione, sia nella Cina continentale che a Hong Kong.
Le reti di disinformazione hanno preso di mira anche think tank e altre organizzazioni non governative, le cui indagini sulla repressione transnazionale del PCC e le campagne di disinformazione sono state particolarmente efficaci nello stimolare la consapevolezza pubblica e le risposte politiche. Tra queste, Safeguard Defenders e ASPI, con sede a Madrid, che sono state sottoposte a campagne aggressive, con minacce e impersonificazioni. ASPI ha scoperto che il 70% dei primi 50 risultati di ricerca in lingua cinese per il nome dell’organizzazione su YouTube erano stati “pubblicati da account non autentici legati al PCC”.
Per quanto riguarda gli argomenti divisivi, i meme generati dall’intelligenza artificiale scoperti da Microsoft ruotavano intorno a temi come la violenza delle armi e il movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. La ricerca dell’ASPI è ricca di esempi di account falsi collegati alla Cina che cercano di influenzare il discorso pubblico su questioni sociali nazionali come il genere, la violenza sessuale e i diritti delle popolazioni indigene. Gli account hanno anche cercato di amplificare la frustrazione dell’opinione pubblica per la pressione sul costo della vita e per i falsi scandali che avrebbero colpito istituzioni australiane come i partiti politici, il Parlamento e il sistema bancario.
Nuove vulnerabilità
La propaganda del PCC dedica molte energie per nascondere i loro sforzi. Grazie anche all’accumularsi dei risultati delle indagini sulle tattiche ora associate alle campagne legate alla Cina, nonché a una recente serie di incriminazioni federali statunitensi, che hanno chiarito i legami tra le reti di account falsi e il Ministero della Pubblica Sicurezza cinese, sta diventando più facile per gli osservatori rintracciare certe campagne portate avanti da Pechino.
Meta e Microsoft, ad esempio, sono stati in grado di effettuare attribuzioni, basandosi su modelli comuni di pubblicazione, sull’ubicazione degli operatori degli account, sull’uso di infrastrutture proxy o server comuni o sulle informazioni disponibili su Internet in Cina relative ai legami governativi di società di pubbliche relazioni, aziende di sicurezza informatica e siti web di notizie false. Il governo canadese ha ritenuto “altamente probabile” che la campagna contro Chong fosse legata a Pechino, mentre ASPI ha dichiarato che il comportamento documentato era simile a quello di reti segrete legate al PCC già esposte in precedenza.
Nonostante l’esposizione, tuttavia, non vi è alcuna indicazione che il regime cinese intenda ridurre la sua manipolazione.
Le recenti valutazioni di cui sopra evidenziano alcuni dei punti di forza delle attuali risposte democratiche che contribuiscono a salvaguardare l’integrità delle comunicazioni online e dei processi politici, tra cui i rapporti di trasparenza delle aziende tecnologiche, il monitoraggio governativo e le indagini delle società di sicurezza informatica. Ma evidenziano anche le vulnerabilità, come l’incoerenza del monitoraggio e delle rimozioni tra le varie piattaforme, in particolare tra i servizi più recenti e di nicchia, e la misura in cui le reti legate al PCC sfruttano appieno queste lacune.
Sotto la sua nuova leadership, X ha smantellato molte delle politiche e dei team che avevano aumentato la trasparenza e contrastato i comportamenti non autentici su Twitter. Nel frattempo, TikTok, di proprietà della cinese ByteDance, ha ammesso di aver rimosso centinaia di account collegati alla rete esposta da Meta, ma solo dopo essere stata interpellata dai giornalisti. WeChat, un’applicazione del gigante tecnologico cinese Tencent, non ha ancora condiviso informazioni sulle campagne che altri hanno rilevato sulla propria piattaforma.
In questo contesto, è sempre più importante che l’opinione pubblica, la società civile, i politici statunitensi e i loro colleghi democratici esercitino pressioni e creino strutture di incentivi che costringano tutte le aziende tecnologiche a trattare la minaccia della disinformazione — anche quella proveniente da Pechino — con la serietà che merita.
Qui l’articolo originale in inglese: https://thediplomat.com/2023/09/chinas-increasingly-aggressive-tactics-for-foreign-disinformation-campaigns/








