Persecuzione in Cina

Due praticanti anziane: anni di prigionia e rovina finanziaria durante la campagna di Pechino contro il Falun Gong

La signora Cong Peishan ha 87 anni e la signora Li Xianghong 63. Dopo anni di prigionia e persecuzione a causa della campagna del Partito Comunista Cinese (PCC) contro il Falun Gong, entrambe sono rimaste di fatto senza alcun reddito.

Le donne hanno trascorso anni in prigioni e strutture di detenzione cinesi. Entrambe hanno perso i loro mezzi di sussistenza, i diritti pensionistici e la stabilità familiare. I loro casi, rispettivamente di Tianjin e Xinjiang, illustrano come la persecuzione dei praticanti del Falun Gong spesso continui a lungo dopo il rilascio dalla custodia, attraverso punizioni finanziarie, emarginazione sociale e coercizione politica prolungata.

Imprigionata a 82 anni, vedova, ora senza un soldo

Prima del 1999, Cong Peishan era una pensionata che viveva nel distretto di Nankai, a Tianjin. Iniziò a praticare il Falun Gong nel 1995 all’età di 56 anni, dopo anni di sofferenza causati da una grave gastrite atrofica che i farmaci non erano riusciti a risolvere. Ha raccontato in seguito che la sua condizione è migliorata significativamente dopo aver iniziato la pratica, e ha ricordato di essersi sentita fisicamente ed emotivamente sollevata.

Nel 1999, dopo che il PCC lanciò la sua campagna nazionale contro il Falun Gong, le circostanze cambiarono drasticamente. A partire dal 1999, Cong fu arrestata più volte per aver rifiutato di rinunciare alla sua fede. Nel dicembre 2000, il Tribunale Distrettuale di Nankai la condannò a quattro anni di carcere. Dopo la pena continuò a praticare.

Nel marzo 2021, all’età di 82 anni, è stata nuovamente arrestata, questa volta dopo aver rifiutato di firmare un impegno scritto a smettere di praticare il Falun Gong, richiesto dal vicedirettore di una stazione di polizia locale, un uomo di nome Ren Yu, allora trentenne. “Farò in modo che la corte ti condanni,” le avrebbe detto Ren. “Farò in modo che la tua unità di lavoro ti licenzi — anche i pensionati possono essere licenziati”.

Mesi dopo, le autorità hanno eseguito quanto detto. Dopo sei mesi in un centro di detenzione, Cong, il 30 settembre 2021, è stata condannata a tre anni dal Tribunale Distrettuale di Nankai e trasferita nel Reparto Cinque della Prigione Femminile di Tianjin.

Secondo Minghui.org, è stata poi sottoposta ad abusi prolungati volti a costringerla a rinunciare alla sua fede. Il capo del Reparto Cinque, Sun Wei, e il caposquadra Zheng Yijun hanno inflitto a Cong abusi continui, volti a costringerla ad abbandonare il suo credo. Per due settimane le è stato negato il diritto di lavarsi o usare il bagno, costringendola a sporcarsi. I suoi pantaloni imbottiti bagnati si asciugavano durante i giorni di freddo invernale, mentre le guardie aprivano le finestre per aumentare il freddo. Sebbene le regole carcerarie esentassero i detenuti sopra i 60 anni dal servizio notturno, le guardie costringevano l’ottantenne a fare la guardia per quattro ore e mezza di fila, rischiando più volte di svenire. E’ stata costretta a prendere farmaci che in seguito ha descritto come dannosi per il sistema nervoso. Prima del rilascio, le guardie l’hanno costretta a firmare una dichiarazione in cui affermava di non aver assistito a nessun abuso.

Cong è stata rilasciata a marzo 2024, scoprendo che la persecuzione economica del PCC l’aveva seguita anche fuori. La sua pensione mensile di 8.000 yuan, denaro che aveva guadagnato in una vita di lavoro, era stata sospesa con la motivazione che praticava il Falun Gong. L’ufficio locale della previdenza sociale le ha offerto invece 693 yuan al mese come sussidio di sussistenza, a condizione che firmasse un impegno a smettere di praticare. Dopo il suo rifiuto, le sono stati negati anche i 693 yuan.

Durante la sua prigionia, suo marito era morto, ma le guardie carcerarie non l’avevano avvisata. Solo dopo il rilascio ne venne a conoscenza.

Cong Peishan, ora ha 87 anni, vive da sola, senza reddito né sostegno ma continua a parlare apertamente di ciò che le è stato fatto.

Due pene detentive e pensione cancellata

Nel 1997, Li Xianghong era docente presso l’allora Istituto di Tecnologie di Xinjiang quando iniziò a praticare il Falun Gong. Per anni aveva sofferto della malattia di Ménière ma dopo aver iniziato a praticare, i suoi sintomi scomparvero. A detta di tutti era un’insegnante coscienziosa e molto stimata.

Quando la persecuzione iniziò nel 1999, Li si recò a Pechino per fare appello. Quell’ottobre, agenti dell'”Ufficio 610″ dello Xinjiang, l’ente extralegale creato appositamente per sovrintendere alla repressione del Falun Gong, l’hanno rapita e internata per due mesi nell’Ospedale n. 4 di Urumqi, una struttura psichiatrica. È stata trattenuta insieme a pazienti maschi in reparti misti e le sono stati iniettati con la forza farmaci psichiatrici non identificati.

Nell’agosto 2000 fu nuovamente arrestata per aver distribuito dei materiali del Falun Gong e detenuta per otto o nove mesi nel Centro di Detenzione Liudaowan. Durante la detenzione, intraprese uno sciopero della fame in segno di protesta. Le guardie la nutrivano forzatamente, inserendole dei tubi attraverso il naso; spesso inseriti erroneamente nelle vie aeree invece che nell’esofago, le causarono infezione polmonare, febbre alta persistente e un peggioramento critico della sua condizione. Dopo più di quaranta giorni di sciopero della fame, un giudice si recò nella sua cella annunciandole una condanna a tre anni con detenzione domiciliare. Quando il giudice le chiese se avrebbe smesso di esercitare, rispose di no.

Fece un ricorso che venne respinto e quindi fu affidata alla custodia dei suoi genitori.

Nel marzo 2002 fu arrestata per la terza volta e condannata a undici anni. Da febbraio 2004 è stata detenuta nella prigione femminile dello Xinjiang (nota anche come Seconda prigione dello Xinjiang), dove ha subito percosse, privazione del sonno e lavaggio del cervello 24 ore su 24. Da marzo 2007 all’inizio del 2008, è stata tenuta in una cella di isolamento lunga circa 2,5 metri e larga meno di 1,6 metri, senza luce, ammanettata ad un anello sul pavimento, incapace di muoversi per giorni interi, con registrazioni che denunciavano il Falun Gong. Secondo i resoconti della struttura, la maggior parte delle persone soffre di deterioramento fisico e disorientamento mentale entro due settimane. Li sopportò per quasi un anno e venne rilasciata per motivi di salute, dopo aver sviluppato una cardiopatia ricorrente.

Le conseguenze economiche della persecuzione si sono manifestate parallelamente agli abusi fisici. Dopo la sua prima condanna nel 2001, l’Istituto di Tecnologia dello Xinjiang la licenziò, cancellando sedici anni di lavoro e i suoi contributi pensionistici accumulati. Quello stesso anno, suo marito, incapace di sopportare la pressione, chiese il divorzio e portò via il loro figlio e tutti i beni di famiglia. Li rimase con quasi nulla. I circa 4.000 yuan che le restavano furono confiscati dalla polizia.

Ulteriori testimonianze sulle sue difficoltà economiche sono state pubblicate da Weiquanwang, un sito web che raccoglie resoconti sulle violazioni dei diritti umani in Cina. Nel 2021 è stata ricoverata per una radioterapia oncologica e interventi al cuore. Senza copertura medica pubblica, un’altra conseguenza del suo licenziamento, la sua famiglia ha dovuto sostenere spese mediche per decine di migliaia di yuan.

Li Xianghong ora ha 63 anni, ha superato l’età pensionabile ma è senza pensione e reddito e vive da sola.

Una politica deliberata

I casi di Cong Peishan e Li Xianghong non sono episodi isolati.  Da anni le organizzazioni per i diritti umani e il Falun Dafa Information Center documentano il ricorso alla detenzione, alla sospensione della pensione, al licenziamento dal lavoro e alla privazione dell’assistenza sociale nei confronti dei praticanti, nell’ambito della più ampia campagna del Partito Comunista Cinese volta a sradicare questa pratica spirituale.

Nel caso di entrambe, la persecuzione non è terminata con il rilascio detentivo: le conseguenze economiche sono state intensificate con l’avanzare dell’età. Dopo anni di prigionia e abusi, entrambe le donne si sono ritrovate senza un reddito stabile né alcuna sicurezza pensionistica, nonostante decenni di lavoro e contributi versati. Una ha perso il marito mentre era incarcerata. L’altra ha perso il matrimonio, la carriera, l’assistenza sanitaria e l’indipendenza finanziaria.

Le loro esperienze sollevano anche preoccupazioni più ampie sul trattamento dei prigionieri di coscienza anziani in Cina e sull’uso della coercizione economica come meccanismo di repressione religiosa. Condizionando le pensioni o le prestazioni di sussistenza di base alla firma di rinuncia alla propria fede, le autorità costringono di fatto gli anziani a scegliere tra le loro convinzioni e la loro sopravvivenza.

Con l’invecchiamento della popolazione cinese, casi come questi richiamano sempre più l’attenzione sul costo umano a lungo termine della campagna di persecuzione lanciata contro il Falun Gong nel 1999, non solo nelle prigioni e nei centri di detenzione, ma anche nello smantellamento dei mezzi di sussistenza, delle famiglie e delle tutele sociali molto tempo dopo la fine delle condanne formali.

Articolo originale: https://faluninfo.net/two-elderly-women-years-of-imprisonment-and-financial-ruin-under-beijings-campaign-against-falun-gong/

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